Writing Tuesday: Angoscia (292/365)

“Hai ancora paura del buio, piccola Molly?”

Non ho paura.
Non posso averne.
Sono sempre stata una persona sicura, determinata, consapevole delle proprie possibilità.
E difficilmente il panico è entrato in casa mia.
Perchè so che c’è sempre una soluzione.
E allora perchè ora non so cosa fare?

Pensa pensa pensa, avanti!
Deve esserci un modo per uscire di qui.
Solo che non lo trovo.

Una stanza senza finestre, buia, con un un’unica, blindatissima porta.
Chiusa dall’esterno.
L’ho ripercorsa mille volte, forse di più, a tastoni, contando i passi: esattamente 30 per ciascun lato.

Sono intrappolata in un cubo.
E non so perchè.

Tutto quello che ricordo è che, due giorni fa (o forse erano tre, non ne sono più sicura oramai) ero a casa che mi preparavo per la mia solita serata di pizza e dvd, un modo come un altro per rilassarmi.
Si, lo confesso: sono una donna in carriera, temuta e molto richiesta.
Ma solo sul lavoro.
La verità è che le persone si sentono a disagio con me.
E io, dopotutto, non ho mai amato molto il prossimo.
Ovviamente sottoscritta esclusa.

E il massimo che mi permetto è una serata di relax alla settimana con la mia migliore amica: me stessa.

Dicevo, mi ero posizionata sul divano, con la mia pizza preferita e un dvd, quando ho ricevuto una strana telefonata.

“Hai ancora paura del buio, piccola Molly?”

E’ stato come ripiombare nel baratro dei miei incubi di bambina.
Al giorno in cui ho conosciuto la morte.
Avevo 6 anni ed ero stata affidata a mia nonna.
I miei genitori erano andati in crociera. Come succedeva ogni settembre.

Quel pomeriggio io e la nonna eravamo di ritorno da una giornata memorabile: una visita ad un grande centro commerciale e uno spettacolo teatrale per bambini.
Non ricordo di essere mai stata tanto felice come quel giorno.
Anche se poi, tutta la gioia provata si trasformò nel mio incubo peggiore.

Ho ancora quei ricordi vivi nella memoria:
Il giardino della casa di mia nonna, la porta socchiusa, le luci accese.
La nonna che, allarmata, entra in casa e mi dice di restare fuori.
Le grida e il rumore di vetri rotti.
E io che, terrorizzata entro in casa e vedo mia nonna che mi urla di scappare.

E lo faccio.
Dirigendomi nell’unico posto dove non sarei mai andata in vita mia: nel seminterrato, in cantina.
Dove la nonna mi aveva detto che esisteva una botola che portava ad un minuscolo rifugio.

Piccola Molly, dove sei?
Non scappare….vieni a giocare con me.
Esci fuori.
Dove sei Molly?
Hai paura del buio, piccola Molly?

Ma io ero rimasta li, trattenendo il fiato e la voglia di gridare.
Non so per quanto sono rimasta li.
Ricordo soltanto che, ad un certo punto la botola si era aperta e io ho iniziato ad urlare…soltanto che dalla mia bocca non era uscito nemmeno un suono.
L’agente che mi trovò venne a visitarmi in ospedale per tutto il tempo che rimasi li.
Tre mesi.
90 giorni di silenzio totale.
Nessuno poteva sapere.
Nessuno era in grado di sentire le mie grida disperate.

Quell’episodio ha lasciato dei segni.
Anche se poi ho ripreso a parlare.
Ma ho sempre evitato i luoghi chiusi.

“Hai paura del buio, Molly?”

Quella sera, appena sentii quella voce, così dolorosamente familiare, l’impulso fu uno soltanto:
Uscire di casa e correre verso il luogo dove tutto aveva avuto inizio.
Casa di mia nonna.
Solo che ora non ci abitava più nessuno.
O forse no, a giudicare dalla porta socchiusa, dalla luce accesa…

E poi non ricordo più nulla.

“Hai ancora paura del buio, piccola Molly?”

La voce non arrivava dal passato.
Ma proveniva da molto più vicino.
Esattamente fuori della porta della mia prigione-cubo. Trenta passi per ogni lato.
Niente finestre.
La cantina di mia nonna.
Dove mi sono rifugiata per scappare al mio destino.
Una seconda volta.
E dove sono stata rinchiusa dal mio carceriere a tempo indeterminato.

E ad un tratto un ricordo confuso: un fucile, di quelli da caccia, nascosto nel rifugio.
Quello sotto la botola.
Rumori da dietro la porta.
Si sta preparando ad aprire, lo sento.
Pensa, pensa pensa pensa.
Un passo. Un altro, poi un altro ancora.
Con cautela.

E poi…c’è come un mattone in terra meno regolare degli altri.
Mi abbasso.
La botola!
Continuo a trattenere il respiro e sollevo la botola.

<Non posso entrare li dentro, mi manca l’aria!> – ma devo sforzarmi.
O vinco le mie paure.
Oppure le paure mi uccideranno.

Il rifugio è stretto, basso.
Mi manca l’aria, mi sento svenire.
Devo sbrigarmi, devo rimanere lucida.
Cerco a tastoni la mia unica possibilità…e alla fine vado a sbatteci contro.
Il fucile!
Controllo, sempre al buio…e trovo 3 proiettili.
Carico l’arma.

“Molly, piccola Molly…è arrivato il momento…sei pronta? Ti porto alla luce. Non avere paura, piccola Molly. Tra poco ti faccio uscire.”

Mi tiro fuori da rifugio, mi alzo e imbraccio il fucile.

Cling.

Uno scatto della serratura blindata.
Mi giro verso la porta.

Cling.

Tolgo la sicura.

Cling

...la porta inzia ad aprirsi.

E io, premendo il grilletto, all’improvviso non ho più paura del buio.

Pensato da

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5 thoughts on “Writing Tuesday: Angoscia (292/365)

  1. @Pole: io ho sempre avuto il terrore del buio…e sono anche un tantino claustrofobica…per cui figurati! Diciamo che l’ho scritto a mo’ di “facciamoci coraggio”, via 🙂
    @Antonella: ci ho messo un mese per ricominciare…ma io sempre da quelle parti vado a sbattere hehehehehe…

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