PECC: Notte sul Ponte, il racconto di Polepole (252/365)

Altro giro altra corsa!
E’ con immenso piacere che vi presento il secondo racconto creato apposta per la PECC.
L’autrice stavolta è nientepocodimenoche la mia amica (nonchè socia e collega di ZeBuk) Polepole del circolovizioso.

E questo, in tutto il suo splendore (e carico di una sana inquietudine) è il risultato della sua creatività…..Buona lettura!!

Notte sul ponte

Era una notte buia e tempestosa.
Il “suo” ponte se ne stava lì, sospeso a mezz’aria e non finito; i ragazzi se ne erano andati tardi quella sera, per vedere se riuscivano a portare avanti quel lavoro maledetto.
Il fiume sotto scorreva rivoltoso, agitato, e la corrente travolgeva e trascinava via tutto quello che non era stato assicurato alle sponde. Era davvero un lavoro maledetto, quello, sì.
E il capomastro se ne era reso conto troppo tardi. Ora capiva perché gli abitanti dei due borghi avevano voluto affidarlo proprio a lui, che fra tutti era quello che aveva chiesto il maggior prezzo: non era un lavoro da fare ‘al risparmio’, quello; era un lavoro impegnativo, che avrebbe dovuto resistere alle piene del fiume, ai secoli e all’uomo. Un lavoro che solo uno come lui poteva fare; lui, fiero e rispettabile, con la serietà e la professionalità che mancava, in giro; lui con la testa sulle spalle e tanti bei progetti che sembravano impossibili costruiti in men che non si dica.
Così lo aveva sognato, lui, il capomastro: il ponte tra i due borghi, il “suo” ponte, sarebbe stato un ponte da leggenda, un ponte che tutti dovevano ammirare, su cui si sarebbero scritte tante e tante storie, e lui avrebbe finalmente avuto la meritata fama… il “suo” ponte: avrebbe fatto qualsiasi cosa per il “suo” ponte!
Però non riusciva a terminarlo, quel ponte. C’era sempre qualcosa che non andava: erano capitati mille accidenti di tutti i tipi e il ponte non era ancora riuscito a venir su come doveva.
C’era sotto qualcosa, una maledizione, una stregoneria, qualcosa, sì…

Guardò l’altro borgo, di là dal fiume: alle finestre le donne avevano messo le lanterne, per illuminare il cammino degli spiriti dei defunti, che quella notte tornavano a visitare i loro cari.
Credenze. Ma forse mica tanto false…
Il capomastro voltò lo sguardo verso il monte: lampi, fulmini, saette abbagliavano la vista e poi tornava il buio, quello fondo, quello di cui aver paura. E lui aveva paura, nonostante fosse un omone grande e grosso: c’erano tante e tante storie che la gente raccontava su quella notte, la notte del 31, la notte delle streghe e del diavolo, la notte della loro riunione nei boschi lì intorno, sotto la grande quercia…
Nel silenzio buio il capomastro si sentì osservato, girò lo sguardo verso lo scuro del monte e gli sembrò di vedere un’ombra scivolar via, poi un rumore come di zoccoli che scalpitano sui sassi. Lo sapeva. lui, che il demonio si presentava in forma di capra mostruosa a quegli appuntamenti con le streghe…

“Basta! Vergognati! come puoi credere a queste leggende? Smetti di torturarti l’anima con queste stupide storie e pensa piuttosto a come riuscire a terminare il tuo lavoro, uomo di poca fede!” si disse, alzandosi in piedi con tutta l’energia che ancora possedeva.
“Il tuo ponte verrà su bene, a tutti i costi! Ne va del tuo onore e della stima che tutti hanno per te. Riuscirai a terminare il ponte entro tre giorni, nei tempi del contratto! riuscirai a farlo, anche a costo di vendere l’anima al…”

Dal bosco giunse un’ombra silenziosa: un uomo, ben vestito, col cappello buono calzato, scese giù dal sentiero e lo salutò con educazione.
Come se l’avesse evocato, con le ultime sue parole, l’uomo si presentò: il diavolo in persona.
Gli avrebbe fatto terminare il ponte quella notte stessa, tutto da solo, con tanto di vento, con la pioggia e la burrasca, con la corrente vorticosa del fiume là sotto.
Il capomastro, disperato, in quel momento non vedeva più altra soluzione.
Accettò la proposta.
In fondo, in cambio il diavolo si sarebbe preso solo e soltanto l’anima del primo che avrebbe attraversato il nuovo ponte… non era poi un grande scotto da pagare, no? No di certo. Non in cambio della sua fama e del “suo” ponte…

All’alba il ponte era completo.
Solido, forte, fermo in quel turbinio là sotto. Splendido e maestoso, con quella sua forma particolare…
Il sole stava salendo nel cielo quando gli abitanti del suo borgo arrivarono dal capomastro per congratularsi con lui; tornavano a casa entusiasti del loro capomastro, con la raccomandazione di non attraversare il ponte per nessun motivo, almeno fino al giorno dopo.
Intanto lui si agitava, cercando una soluzione alla sciagura che avrebbe portato nel suo paese: aveva agito in incoscienza, preso dalla follia della disperazione e si era già pentito di aver accettato l’offerta di quell’uomo.
In quel momento un maiale selvatico attraversò il ponte… nel cielo splendente del mattino ancora lampi, fulmini e saette, belati di capra, urli e gemiti strazianti.
Poi ‘qualcosa’ che si tuffava con un rumore sordo nella corrente travolgente del fiume e scorreva via, come un brutto sogno.

Il capomastro aveva pagato, il diavolo si era preso il suo prezzo, ma non doveva esserne stato tanto contento…

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3 thoughts on “PECC: Notte sul Ponte, il racconto di Polepole (252/365)

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